Gad Blog
Questo blog si conferma termometro molto sensibile, e io posso solo esservi grato dei cinquecento commenti al mio ultimo articolo su “Repubblica”. Stavolta non mi è precipitata addosso una bufera a senso unico contro il buonismo snob del giornalista privilegiato (a proposito: vado in vacanza due settimane da domani, spero di partecipare ogni tanto al blog anche dal Perù ma nel frattempo sarà l’ottimo admin Marco a pubblicare degli interventi scelti insieme che spero vi interesseranno).
Stavolta, dicevo, emerge una significativa area di disagio, suscitato dallo spettacolo della caccia “popolare” al rom. Ma soprattutto appare evidente la frenata dei nuovi responsabili politici dell’ordine pubblico. Roberto Maroni non è stato scelto a caso per il Viminale: si conferma leghista moderato, un po’ democristiano, prudente e mediatore. Continua a leggere…
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pubblicato il 17.05.2008
Questo articolo è uscito oggi su “Repubblica”.
La caccia ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.
Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E’ questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l’ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell’ordine nel necessario repulisti. Ma siamo sicuri che “il popolo” siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: “Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via”? Continua a leggere…
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pubblicato il 16.05.2008
Mi appresto naturalmente a scrivere del tema che mi amareggia e che di garn lunga mi sta più a cuore, cioè la sequenza allarme-mediatico-incendi dei campi rom-blitz anticlandestini della polizia. Ma nel frattempo non veoorei sfuggisse alla vostra attenzione la prima conferma alle previsioni contenute nel mio articolo sottostante. Giulio Tremonti promette più, e non meno tasse ai ricchi. Buttando alle ortiche le teorie di Chicago secondo cui sgravati dal fisco i ricchi investirebbero e spingerebbero i consumi. Naturalmente è solo una boutade, e nessuno accuserà il ministro dell’Economia di essere una pericoloso comunista come quando Rifondazione fece quel manifesto con uno yacht e una scritta minacciosa sui ricchi. Continua a leggere…
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pubblicato il 15.05.2008
Questo articolo è uscito su “Vanity fair”.
Il compagno Giulio Tremonti consiglia alla sinistra di rileggere Marx e i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci. Ma nel frattempo, lui che li ha già studiati e liquidati in gioventù prima di diventare un fiscalista dell’establishment e di accompagnare l’uomo più ricco d’Italia nella conquista del paese, preferisce rivolgersi al popolo con ben altro armamentario: Vico, Burke, Herder, de Maistre, cioè i custodi della tradizione del “sangue e suolo”, avversari delle idee rivoluzionarie degli illuministi, teorici della disuguaglianza fra popoli legittimati nel culto delle origini, dotati ciascuno di radici e spiritualità differenti.
La parabola intellettuale con cui il compagno Giulio Tremonti è diventato l’uomo più à la page d’Italia, merita di essere studiata in parallelo con quella di un coetaneo che gli somiglia nell’amore di sé e nella competenza professionale: il professor Massimo D’Alema, suppongo anch’egli a suo tempo buon lettore di Marx e Gramsci. Continua a leggere…
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pubblicato il 14.05.2008
“Famiglia cristiana” lamenta che Berlusconi abbia voluto alla seconda carica dello Stato un uomo scelto principalmente con il criterio della fedeltà. Per la precisione, definisce Renato Schifani “un gregario”. E io fino a prova contraria sono d’accordo. Del resto fu così anche nei casi dei suoi dimenticabilissimi predecessori Carlo Scognamiglio e Marcello Pera, il cui lascito ci lascia indifferenti.
Questo a me sembra il punto. E lo si può dire senza vilipendio delle istituzioni o finto scandalo. Se Marco Travaglio ritiene invece che abbiamo un’alta carica dello Stato collusa con la mafia, beh, altro che chiacchierate da Fabio Fazio: dovrebbe farne una denuncia pubblica di ben altra gravità, parlando di emergenza democratica. Continua a leggere…
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pubblicato il 13.05.2008
Mantengo la promessa. Ecco qualche titolo per conoscere più da vicino l’intricata matassa libanese. Purtroppo alcuni libri sono in francese.
Il più bel romanzo sulla guerra civile secondo me è “Facce bianche” di Elias Khuri (Einaudi). Un autore severo nell’orientamento anti-israeliano, molto stimato però anche da David Grossmann. Divertentissimo, anche se datato, “Il levantino” di Eric Ambler appena ripubblicato da Adelphi.
Il mosaico etnico libanese è ben rappresentato nel romanzo generazionale di Charif Majdalani, “Histoire de la Grande Maison”, edito da Seuil. Continua a leggere…
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pubblicato il 12.05.2008
Questo articolo è uscito su “Repubblica”.
Gli sciiti che per la prima volta nella storia hanno dimostrato di dominare la più europea fra le capitali arabe, temono essi stessi la fitna, il caos che la loro forza eccessiva rischia di provocare. E ciò spiega il loro ripiegamento dopo la plateale umiliazione inflitta al governo Seniora. La scelta di obbedire alle direttive dell’esercito, dopo che il generale Suleyman ha platealmente delegittimato l’esecutivo protetto dagli occidentali, corrisponde alla particolarissima natura di questo movimento, integralista ma conscio di operare in una polveriera. Neanche per Hezbollah è desiderabile l’esplosione dell’ultimo lembo di terra plurale, multiconfessionale, sopravvissuto al tempo dei nazionalismi e delle pulizie etniche sulla sponda sud del Mediterraneo. Preservarlo non è solo esigenza romantica, nostalgia delle tante patrie che arricchivano l’impero ottomano e rendevano i popoli della Montagna proverbiali per raffinatezza. Continua a leggere…
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pubblicato il 11.05.2008
Questo articolo è uscito su “Vanity fair”.
Sto per realizzare uno scoop straordinario e vorrei rendervi partecipi dell’evento che attendevo da anni. Sto per intervistare Luciano Segre, domenica 11 maggio alle ore 19 nella sinagoga di Casale Monferrato, senza dubbio la più bella d’Italia.
E chi sarà mai questo Luciano Segre, vi chiederete, un po’ insospettiti da quelle sopracciglia trasformate in cespugli, in mezzo a cui si diparte un naso…beh, sì, diciamolo, la riproduzione esatta del perfido giudeo così come veniva disegnato nelle caricature antisemite novecentesche? Fermatevi, certe battute siamo autorizzati a scambiarcele solo tra ebrei. Tanto più che Luciano Segre, nel nostro branco-famiglia-allargata cementato d’affetti non consanguinei, è investito dai ragazzi della funzione insostituibile di nonno (senza nulla togliere al plotone dei nonni naturali).
Ma allora dove sarebbe lo scoop? Presto detto: il riserbo di Luciano Segre è proverbiale. Continua a leggere…
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pubblicato il 10.05.2008
Se misurassi il successo delle mie trasmissioni in punti di share, dovrei essere contento: l’ultima puntata dell’Infedele e’ stata la piu’ vista dell’intera serie che gia’ ci aveva gratificato di un forte incremento d’ascolti.
Invece provo una sensazione di sconfitta che ritengo giusto condividere nel blog. Non perche’ mi turbino i messaggi ostili, giunti numerosi. Li rispetto anche se sgradevoli. Considero un patrimonio il fatto che qui s’incontrino e si scontrino pensieri lontani, sono pochi i luoghi in cui cio’ avviene. Quanto agli insulti, offendono chi li scaglia piu’ del loro bersaglio.
Andare contropelo al cittadino telespettatore, a costo di risultargli sgradevole e confermare una fama di “antipatico”, e’ per me un prezzo sopportabilissimo. Purche’ la mia non venga percepita come provocazione gratuita, come tale inefficace ai fini di un approfondimento comune. Continua a leggere…
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pubblicato il 08.05.2008
L’ultima puntata stagionale dell’Infedele (ci rivedremo a metà settembre) stasera alle 21,10 su La7 è dedicata all’ideologia della sicurezza, con cui la destra italiana ha vinto le elezioni. Perchè dietro all’allarme moltiplicato dai mass media non ci sono solo un disagio reale e un calcolo politico. C’è anche una cultura, la tradizione dei guardiani del territorio (le ronde), delle radici, il mito di “sangue e suolo”.
Gli skinheads assassini di Verona sono una scheggia impazzita, ma come già nel caso delle Brigate Rosse è necessario riconoscere l’importanza del loro “album di famiglia”, nel quale troveremo dei pilastri del pensiero classico. In studio avremo dei sindaci del territorio veneto, a cominciare da Flavio Tosi di Verona. Continua a leggere…
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pubblicato il 07.05.2008